Cari fratelli,
Questa santa straordinaria, mistica dell’amore e del dolore, è ancora poco conosciuta, eppure sta riscuotendo nel popolo cristiano una particolare devozione, non solo nella sua regione umbra, dove è nata e ha vissuto e dove la devozione è una tradizione, ma anche nelle altre regioni italiane, dove è sorta ultimamente e si è diffusa tra i laici l’Associazione “Amici di S. Veronica”. Questa devozione sta dilatandosi pure fuori Italia, particolarmente in Oriente, nel Libano, con grazie e prodigi di guarigioni e di conversioni avvenute tra i fratelli musulmani.
Questa santa ci appartiene, è nostra, è fiorita nel giardino francescano e si potrebbe mettere in parallelo con San Pio da Pietrelcina, pure ridondante di doni mistici e stigmatizzato, due vite di eccezione che Dio ha mandato per convertire gli uomini e rinnovare la fede. È una santa dei tempi difficili, data dal Signore per i momenti di crisi della fede per animarci alle opere della fede e dell’amore di Cristo, per guidarci e sollecitarci nel cammino del nostro rinnovamento cristiano e religioso. Essa può colmare quel solco profondo lamentato oggi da alcuni attenti teologi, creato dal divorzio tra teologia speculativa e teologia spirituale, tra conoscenza razionale e amore, tra ricerca intellettiva ed esperienza di vita spirituale. Bisogna riscoprire i registri del vissuto, le ricchezze dell’esperienza di fede e di santità, perché attraverso i santi, come ha detto il Concilio (LG 60), Dio in qualche modo ci parla.
Veronica Giuliani potrebbe sembrare una santa difficile, troppo carismatica e ridondante di doni mistici eccezionali. Reclusa per cinquant’anni nel piccolo spazio del monastero di Città di Castello, la sua vita sarebbe rimasta nascosta con Cristo in Dio se non l’avesse narrata nel suo straripante Diario ad alta tensione, vergato per obbedienza, e, negli ultimi suoi anni, persino dettato dalla stessa Madre di Dio. L’amore a Cristo e alle anime in una immedesimazione negli stessi sentimenti e sofferenze di Cristo e di Maria è la sintesi luminosa di tutta la sua vita. Le grazie ammirabili ricevute, le prove terribili che ha sofferto sono state raccontate per obbedienza al vescovo e al confessore, per la durata di 34 anni, a partire dal 1693, nel suo Diario quotidiano che costituì la croce più pesante che le imponesse il Signore: un complesso di 44 volumi in 21 mila pagine scritte con immediatezza sconcertante, con rara sincerità, con stile robusto essenziale e scabro e un periodare incatenato dalla logica che deriva da una grande chiarezza di mente e da un vigore di pensiero che fa pensare talvolta a Caterina da Siena e a Teresa d’Avila. La santa nella linea della spiritualità francescana rivive la Passione e la Croce di Cristo con l’intensità di un martirio interiore e insieme con una straordinaria gioiosità. Questi suoi scritti sono destinati ad essere luce per molte anime», e Gesù «voleva andassero per tutto il cristianesimo…hanno da andare per tutto il mondo per la mia gloria e per profitto delle anime» (II, 15, 60).
Eppure è una santa semplice, che vuole restare nella sua semplicità. Essa stessa lo dice espressamente, rinunciando a descrivere la sua travolgente esperienza di Dio con precisi pensieri e riflessioni dottrinali dei santi Padri e dei mistici: «Stavo fuor di me (scrive), sentivo ammaestrarmi in modo segreto, ma non so raccontarlo. Vi vorrebbero racconti, come per esempio dare ad intendere qualche cosa per via di detti dei santi e cose dei santi Padri; ma io non voglio uscire dalla mia semplicità. Tanto chiunque leggerà ciò, intenderà tutto più col mio silenzio, che se dicessi parole: però taccio» (I, 64). Avrebbe potuto interpretare con i pensieri dei Padri e dei santi il suo vissuto mistico, ma preferì il silenzio e la semplicità del suo disadorno linguaggio, tanto che alcuni studiosi moderni l’hanno definita una “letterata indotta”. Molti anzi motissimi non la conoscono ancora o hanno solo sentito parlare di lei in modo fuggevole, tanto meno hanno letto i suoi scritti ora raccolti in sette densi volumi e dei quali si sta predisponendo un’edizione critica. La santa vuole uscire dal silenzio, vuole parlare al nostro cuore, vuole farci conoscere le sperimentate ricchezze insondabili dell’amore di Cristo, in cui stanno nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza di Dio (Col 2, 3)..

Ricordiamo perciò le tappe principali della sua vita per ribadire a noi stessi alcuni punti cardine del nostro necessario e continuo rinnovamento spirituale. Le indicazioni che potremmo ricavare dalla sua esperienza di Dio sono moltissime. Qui basterà ricordare qualche aspetto fondamentale della sua vita che ha un forte richiamo di attualità.
Nata il 27 dicembre 1660 a Mercatello sul Metauro, nel ducato di Urbino, da Francesco Giuliani e Benedetta Mancini, ultima di sette sorelle, due delle quali morirono in tenera età e tre altre si fecero suore, battezzata col nome di Orsola, da piccola era vivacissima, quasi irruente, e tutta tesa verso Dio e voleva che tutti facessero a suo modo… «tutti mi chiamavano fuoco» (II, 576), scriverà nel suo Diario. Era decisa e risoluta: «Sono di natura di capoduro» (VI, 186), scrisse in una sua lettera. Era nata per essere guida e animatrice di gruppo. In lei la fede è stata l’aria che respirava, il cibo che prendeva, tutto ciò che faceva e pensava. Per lei le immagini sacre erano vive. I quadri della Madonna col Bambino erano continuo oggetto di dialogo e di amore. Gesù le parlava, come quando, raccogliendo fiori nel giardino di casa, lo sentì dire: «Io sono il vero fiore. Io sarò davvero il tuo sposo. Io ti amo tanto tanto. Fa che tu non metta il tuo amore in altro, ma tutto sia per me» (V, 32s, 86, 98). La santa desiderava ricevere la comunione fin dai primi anni. Dopo la comunione delle sorelle sentiva il profumo uscire dalle loro bocche. Era attratta dall’Ostia santa dove vedeva il Bambino Gesù vivo. Quando il 2 febbraio 1670 a Piacenza, dove la famiglia si era trasferita, ricevette a dieci anni la prima Comunione, «nel prendere la santissima Ostia – scrive nel Diario – sentii un calore così grande che mi avvampò tutta… parvemi che entrasse nel mio cuore un fuoco… mi sentivo come abbruciare, non trovavo luogo» e si meravigliava come le altre fanciulle stessero ferme, invece lei sentiva «un incendio che la faceva giubilare» (V, 62s). La madre quarantenne, prima di morire, il 28 aprile 1667, chiamò le cinque figlie e, mostrando loro il crocifisso, assegnò a ognuna una piaga del Salvatore. A Orsola, quale più piccola (aveva quasi sette anni) toccò in sorte quella del costato. Il cuore. É qui tutta Veronica. La sua vita è la storia di un cuore trasformato nel Cuore di Cristo sulla croce, nel Cuore di Maria Addolorata e immerso nel “sole” della Trinità. Questo è il segreto della sua fede e la sorgente dell’amore. L’immagine del cuore è sempre presente: «di cuore lo pregavo che volesse pigliare il mio cuore; ed Esso mi disse: Sì, lo piglierò, ed io sarò cuor tuo» (I, 5). A sette anni aveva incominciato a vedere il Signore tutto piagato: «mi comparve il Signore così piagato, mi lasciò così impresse nel cuore le sue pene e dolori, che io ad altro non pensavo, e come potevo ritirarmi in qualche luogo ritirato, piangevo di molto» (I, 8)
La nostra santa si fece suora cappuccina a 17 anni e si rinchiuse nel monastero di Città di Castello il 28 Aprile 1677. Aveva superato tutte le prove e poteva così seguire la sua ardente brama di essere totalmente del Signore. Ma quando prese l’abito di suora il 28 ottobre 1677, cambiando il suo nome di Orsola in Veronica, per diventare “vera immagine di Cristo crocifisso, «parve che l’inferno tutto si scagliasse contro di me… Quando mi vidi fra questi muri, la mia umanità non sapeva quietarsi; ma dall’altra parte lo spirito stava tutto contento…». Dopo lunga battaglia fra l’umanità e lo spirito, il Signore le rivelò la sua missione: «Io t’ho eletta per grandi cose; ma ti converrà patire di molto per mio amore» (I, 29; V, 73-75).
Ecco la santa della decisione e del coraggio, che incoraggia le vocazioni moderne spesso così indecise, la santa che supera ogni barriera e ogni limite col suo ardore di convertire tutto il mondo a Cristo. È stata scelta e inviata nella Chiesa per questo. Ancora giovane novizia, e infermiera, le piaceva un grande Crocifisso esposto sulla parete. Non sapeva staccarsi e spesso correva a dargli uno sguardo fugace. Gli parlava: «Mio Signore, mi avete da fare delle grazie; in particolare vi chiedo la conversione dei peccatori, il ritorno dei freddi al vostro amore…». Allora il Cristo staccò il braccio dalla croce e strinse Veronica al cuore: là dove si apriva la ferita del costato. E le disse amorevolmente: È perché tu veda come mi siano grate le tue preghiere» (I, 37). Questo Crocifisso è ancora conservato a Città di Castello.
Continua…