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Sentiva molte ripugnanze. La sua umanità le rendeva difficile ogni cosa. Ma il Signore la  chiamava continuamente ad un maggior patire per la conversione delle anime. «Come sentivo – scrive – che vi era qualche peccatore ostinato che non si voleva convertire a Dio, mi dava tal pena che non riposavo né giorno né notte, e dicevo di cuore al Signore: Mio Dio, eccomi pronta a qualsiasi pena, purché si convertano a voi tutti quelli che vi offendono… Mio Dio vi chiedo anime: queste vostre piaghe siano voci per me: o anime redente col sangue di Gesù, venite a queste fonti di amore. Io vi chiamo e queste sante piaghe fan voce per me; però venite tutte, venite tutte» (I, 22s). Ardore apostolico, ansia di patimenti in unione a Cristo, continua attenzione alla voce del Signore e prontezza di esecuzione, un amore senza limiti, un apprendistato mistico alla scuola di Maria e del Crocifisso. È una vocazione continua e un apprendimento di amore e di dolore e di annullamento di sé che la santa impara nella scuola dell’amore: «Mentre stavo in orazione – scrive – mi è venuto un rapimento nel quale il Signore mi ha detto così: Tu sei mia sposa. Quando ti metti all’orazione, devi subito pigliare luogo dentro le mie piaghe, perché esse sono stanze delle spose mie, delle anime a me care. In questo punto mi ha dato comunicazione che le sue piaghe sono e servono di libro per imparare nella scuola del suo amore… Mi è venuto desiderio di sapere come sarà questa scuola d’amore. Così senza che io parli, il Signore mi ha detto: E che cosa pensi che sia? Sono io medesimo, e tanto ti basta» (II, 2).

In questa scuola dell’amore s. Veronica è diventata maestra. È un cammino di fede che registra numerose date memorande: il 1° novembre 1678 la professione religiosa; il 4 aprile 1681, Gesù le pone sul capo la corona di spine; il 17 settembre 1688 è eletta maestra delle novizie e tale rimane fino al 18 settembre 1691; il 12 dicembre 1693 comincia a scrivere il Diario; dal 3 ottobre 1693 fino al 21 marzo 1698 è di nuovo maestra delle novizie; il 5 aprile 1697, venerdì santo, riceve le stimmate e in quell’anno è denunciata al sant’Ufficio e nel 1699 è privata della voce attiva e passiva, revocata dopo sedici anni il 7 marzo 1716.
Sono anni di impressionanti doni mistici nel mistero del cuore con lo sposalizio mistico, l’unione mistica con Maria, la ferita segreta e gli strumenti della passione, le iniziali del nome di Gesù e di Maria e i cinque dardi e le sette spade di dolori di Maria nel cuore. Rieletta abbadessa il 5 aprile 1716, fino alla morte la sua vita è avvolta nella luce del prodigio. Il 14 agosto 1720 comincia a scrivere sotto dettatura di Maria SS.ma. Il 25 marzo 1727 scrive l’ultima pagina del Diario. Colpita da emiplessia dopo 33 giorni di agonia e di “puro e nudo patire”, all’alba del 9 luglio muore, non senza prima aver rivelato alle sue novizie e suore il significato della sua vita: «Venite qui, l’Amore si è pur fatto trovare: questo è la causa del mio patire». Sessantasette anni di fuoco e di pienezza di fede, di amore e di dolore, di ardore apostolico e mistica unione alle sofferenze di Cristo sulla croce, nel mistero del suo Cuore sacratissimo e nel Cuore immacolato e addolorato di Maria.
S. Veronica è la grande mistica della croce e del cuore. Ella si calò nelle profondità misteriose del Cuore di Cristo e della sua anima, trascinata dagli irresistibili inviti dello Spirito Santo. La carità la spingeva a volere che tutti gli uomini potessero abbeverarsi alle sorgenti dell’amore divino: tutti, peccatori, eretici, infedeli, cattolici incoerenti. Con la sua testimonianza di preghiera e di comunione con Dio ci viene incontro per aiutarci e ricordarci che l’occupazione più alta è occuparsi di Dio. Dio è la realtà sovrana, più importante perché più reale. Il dramma del mondo moderno è che esso non si occupa più di Dio.
S. Veronica ha vissuto in modo sovrumano il cuore della Regola di san Francesco che dice che «sopra tutte le cose bisogna cercare di avere lo spirito del Signore e la sua santa operazione, e pregare sempre a Lui con puro cuore…». Essa divenne non tanto una donna che prega, ma una preghiera vivente, anzi preghiera di Gesù Cristo e di Maria in lei nella santa operazione dello Spirito Santo. Noi non sappiamo pregare come si conviene, ma lo Spirito Santo viene in aiuto alla nostra debolezza e prega in noi, per noi, con noi con gemiti inesprimibili, come dice san Paolo. La docilità a questo Maestro interiore condusse Veronica a far di tutta la sua vita un crescendo di contemplazione divina nell’amore.
In questa scuola Veronica ha imparato a navigare fino a inabissarsi nel mare profondo dell’amore, perché pregare vuol dire amare, fare atti di amore a Dio, sempre. Ecco una splendida riflessione della santa: «Pare a me che il cuor mio sia – ad. es. – come una navicella o vascellino, stando questo in mezzo al mare e non vede altro che mare. Il nocchiero che è l’anima, va rimirando questo mare così immenso. Si trova come fuori di sé, e tutta impazzita non sa quello ch’ella si faccia. Ora sta in riposo e senza moto, oppure ella non riposa e sempre cammina; ora si getta nel medesimo mare, con ansia di ritrovare la profondità dell’infinito amore. Ma che? Più ella va nuotando e più il mare va dilatandosi. Alla fine ella comprende questa immensità e questa profondità di un mare infinito, di un amore immenso. Ella, tutta contenta, ritorna alla navicella del proprio cuore, ma questo cuore va rigirando per il mare e mai si trova stanco e sazio di vedere, di penetrare l’immensità, la grandezza, la profondità di detto mare» (V, 758).
Gesù rimette in Veronica tutti i meriti della Passione e le affida il compito di diffonderli tra le anime. Veronica così vuole coinvolgere quante più anime possibile nell’approfittare dei benefici e dei meriti della Passione di Cristo. Per questo comincia a lanciare un appello a tutte le nazioni della terra affinché si convertano e amino Dio. Ormai la santa non può più fare a meno di incalzare gli uomini perché riconoscano in Gesù non solo il Salvatore, ma anche Colui che li ama di amore infinito. Il messaggio che Veronica affida a tutti noi: pregare e offrire al Padre i meriti della Passione di Cristo per i sacerdoti, affinché siano autentiche guide per le anime. Signore, eccomi per mezzana fra Voi e il peccatore. Vi Prego che, per i meriti vostri santissimi e per la vostra santa Passione, li vogliate convertire tutti a Voi, tutti a Voi».

S. Veronica è stata una grande missionaria e si è consumata per la Chiesa e per la conversione dei peccatori. Avvertiamo come dalla contemplazione di Cristo scaturisce l’ardore apostolico e missionario. È un grande principio del nostro carisma cappuccino. Qui la santa ha molto da dire ad ognuno di noi. Il suo Diario è ridondante di indicazioni infuocate. La sua teologia della carità è innervata nel concetto che ella si fece della Redenzione: Cristo si è incarnato per amore, la sua vita di povertà e di lavoro è diretta dall’amore, il suo insegnamento evangelico è, in sintesi, l’amore, il suo sacrificio è mosso dall’amore, la sua grazia è amore, il cielo è amore: tutto in Cristo è amore, perché egli stesso è l’Amore. Da qui il suo programma: «La mia vita deve essere un continuo esercizio di carità. Per questo Iddio mi ha dato quest’ufficio di mezzana tra lui e i peccatori, affinché non stia mai senza esercitarmi in atti di carità». L’amore di Veronica si riverbera sulla Chiesa e in genere sul mondo delle anime. È un amore che ha carattere espiatorio e redentivo: Ti ho eletta per mezzana fra i peccatori e me; però ora ti confermo e ti do quest’uffizio di mia propria bocca, non con ispirazione, ma a voce. Qui sia tutto il tuo traffico, a salvare le anime, con star sempre pronta a dare la vita e sangue per mia gloria e per salute delle anime (I, 911).
La santa si offrì tante volte quale mediatrice, “mezzana”, come lei diceva, tra Dio e i peccatori per placare la giustizia divina e Gesù l’aveva accettata e più volte confermata in questo apostolato. Veronica amò le anime come le amò Gesù, partecipando profondamente alla vita di vittima. Il sogno di convertire tutto il mondo è la realtà della sua missione. Siamo davanti a un’anima che avvertì con sensibilità estrema l’ecumenicità della sua vocazione contemplativa e d’immolata. Per le sue aspirazioni di missionaria mondiale ed ecumenica non si scelse un popolo, ma volle tutto il mondo.
S. Veronica vedeva la Chiesa ammantata come una sposa e l’avrebbe voluta ornata di tutte le sue “gioie”; troppe ne mancavano; anime strappate al Crocifisso e affogate nella colpa. Il peccato è – nella concezione della Santa – il dilapidatore di tesori divini, ma soprattutto un’offesa all’amore, perché condanna ad una vita di non-amore; e questo è la pena massima che s’infligge ad una creatura umana. Gli uomini del peccato sono i primi “fratelli” da ricuperare; per i peccatori avrà una carità senza pari, una comprensione fatta di tenerezza e di pietà, e il suo Diario è colmo di nuove suggestioni quando parla del peccato e la sua penna sembra intingersi nel sangue più che nell’inchiostro.
Cristo le fece la grazia, un giorno, di vedere il flusso delle anime nell’inferno, e confessa: «Mi venne tanta compassione verso di dette anime, che se io di propria mano avessi potuto serrare detta porta, acciò non vi fosse potuto entrare più nessuno, oh! Quanto l’avrei fatto volentieri. Così rivolta a Dio gli dissi: Mio Signore, io mi esibisco a stare qui sulla porta, perché più nessuno entri quaggiù, e non perda voi, che siete un Bene infinito. Date lume, Signore, a tutti i miseri peccatori, perché nessuno vi offenda… Finché io starò su questa porta non vi entrerà nessuno. O anime, ritornate indietro: non avete più da passare qua dentro. Ricorrete al Sangue prezioso del vostro Creatore, perché Esso vi ha comperato e redento. Mio Dio altro non vi domando che la salvezza dei poveri peccatori. Convertiteli tutti a voi, tutti a voi! O Amore! O Amore! Mandatemi ancor più pene, più tormenti, più croci, perché sono contenta purché tutte le creature tornino a voi, e mai più vi offendano» (I, 177s).
Arsa dall’amore le escono dal profondo, quasi dalle fibre dello spirito, gemiti interiori del lirismo più alto che possa cantare nell’anima d’una donna sublimata dalla grazia, quando si rivolge alle piante, alle erbe, alle foglie gridando: «Aiutatemi voi. Io, se potessi aver tante lingue quante foglie voi siete; se potessi avere tanti cuori, tante piante voi siete; non dico in quest’orto solo, ma quante mai se ne trovano nel mondo tutto, e con tutte queste lingue e cuori io potessi amare e benedire il Signore per tutti quelli che non lo amano, quanto sarei contenta!». E pare voglia dare l’assalto anche al cielo che contempla immobile e solenne: «O stelle, o cieli, aiutatemi voi. Io vorrei avere tante lingue quante stelle si trovano per poter lodare Iddio e oper invitare tutto il mondo, perché tutti lo amassero!» (I, 682s).
Questa santa, non dotta, che non ha studiato, che sapeva appena leggere e scrivere, ma di straordinaria intelligenza ed equilibrio interiore, ha vissuto e sperimentato nella sua vita e nel suo cuore tutti i trattati teologici dei più grandi pensatori cristiani. Lei ha capito che ogni offesa alla verità è un’offesa all’amore, perché la Verità è Dio. E Dio è l’Amore. «Rivolta a tutto il mondo dicevo: Su, su, creature tutte, venite con me a Gesù. Egli è un bene infinito. Se volete tesori, Gesù è vero tesoro immenso. Se volete ricchezze, Gesù è la vera ricchezza. Se bramate gusti e piaceri, Gesù è il sommo gusto e contento. In una parola, se bramate ogno bene, non lasciate Gesù, perché è tutto, è sommo e infinito bene… E voi, o eretici e turchi, venite alla vera fede! Gesù è fede, è speranza, è carità; venite a Gesù. Venite tutti e tutte…» (I, 777).
L’amore di Dio aveva trasformato la santa in modo così misterioso e ineffabile da sollevarla ad altezze vertiginose e diventava in lei una brama immensa di Pentecoste cosmica, cioè di effusione universale dello Spirito di Dio che è l’amore sostanziale, perché egli regni in tutte le anime: «Dacché io fui ferita nel cuore, non trovavo riposo, non potevo tacere, e delle volte si accendeva la brama e il desiderio che Iddio fosse amato e conosciuto da tutti. Non potevo pensare che da nessuno fosse offeso; non sapevo come fare per impedire ciò. Prostrata ai piedi del Crocifisso dicevo: ‘Mio caro Sposo, lo sapete che voglio essere mezzana tra voi e i peccatori. Eccovi il cuore ferito…Il Signore mi diceva: Dimmi, che brami? Io dicevo: Anime, anime, Signore! In questo punto mi sentivo struggermi il cuore e come una fiamma che l’abbruciava Altro non potevo fare che gridare forte… Invitavo i peccatori e tutto il mondo ad amare il Sommo Bene… Venite, anime redente col sangue di Gesù. Io vi chiamo, vi invito tutte alle piaghe del medesimo. Su, su, venite, non tardate. Il divino amore vi aspetta» (I, 72).
La selezione dei testi potrebbe continuare a lungo, con sorprese di nuove motivazioni che solo un’anima compresa del suo officio di “mezzana” tra Dio e i peccatori poteva formulare. A lei premeva che tutti fossero nelle braccia del Padre: i figli vi restassero, i lontani vi ritornassero. E paga di sua tasca: il prezzo è il patire, accettato, chiesto e bramato in ogni istante, sotto qualsiasi forma. Volle essere “corredentrice” con Cristo. La Vergine Santa, più volte, glielo suggerì, e lo stesso Redentore in diverse maniere, glielo chiese. E accettò. Dice infatti: «Mio Gesù, io ancora voglio aiutarvi. Se potessi, vorrei che tutto il mondo si convertisse a voi, mio sommo Bene. O mio Dio! Se non basta l’orazione e la penitenza, eccovi la mia propria vita… Sono pronta a mettere anche questa, quando fosse la vostra volontà…Mio Dio, eccomi pronta a qualsiasi pena, purché si convertano a voi tutti quelli che vi offendono. Mio Dio, vi chiedo anime!… Queste vostre piaghe siano voci per me; e dite con me medesima: O anime redente col Sangue di Gesù, venite a queste fonti di amore. Io vi chiamo: e queste sante piaghe fanno voce per me. Perciò venite tutte! Venite…».
Veronica ha visto la penosa situazione di tanti cuori ammorbati dal peccato e confidò al suo Diario: «Compresi che pochi si trovano che siano veri cattolici, e fra i cattolici vi sono molti eretici, ma segreti, che infettano molti altri. Compresi che Dio era molto offeso. Mi restò un dolore così grande per questo punto! Questo dolore mi sollevò a patire di più» (III, 81). Di essi si sente quasi responsabile. E allora pregava per loro e si offriva vittima. Commuove questo discorso rivolto ai “cattolici freddi”: «Mi sentivo abbruciare. Andavo in qualche luogo remoto; ma dove andavo trovavo questo grande fuoco. Non potendo più stare quieta, invitavo tutto il mondo ad amare Iddio e dicevo: “Non sentite il suo amore che consuma, ma nello stesso tempo dà vita? O peccatori, peccatori, tornate a Dio, pentitevi dei vostri errori; mutate vita; datevi del tutto a Dio. Proverete in voi gli effetti della sua misericordia. Egli, come padre pietoso, vi riceverà tra le braccia della sua pietà. O peccatori, intendetelo bene: Iddio è tutto carità, è tutto amore. Non sentite che state in un incendio d’amore? Eppure non fate conto di un tanto bene: vi perdete fra amori terreni, vi raffreddate fra mille peccati. O stolti, o stolti, che fate?…».

La presenza di Maria SS.ma nella vita di S. Veronica è un altro aspetto fondamentale del suo messaggio spirituale e della sua esperienza di santità e magnifico aspetto del carisma cappuccino. È certo che il rapporto tra la Santa e la Vergine Madre affonda nel mistero. La Vergine SS.ma stessa ricorda alla Santa i lontani e commoventi inizi di quella vita d’amore che avrebbe raggiunto vette altissime. «Tu sei la mia cara fra tutte le figlie più care», le dice la Madonna. Veronica elegge Maria per madre terrena, poi nel monastero la proclama abbadessa, affidandosi a Lei con una tenerezza tutta filiale fino a chiamarla “Mamma”, “Mamma cara”, partecipando ai suoi dolori, imitandone eroicamente le virtù, ricorrendo sempre a Lei nelle tremende lotte contro l’inferno e nei momenti terribili di prove mistiche. Fin da piccola era guidata da Maria. Scrive che un giorno Gesù «rivolto a Maria santissima disse: Questa nostra cara voglio che sia guidata da voi. Ed ella promise di farlo; ed io ne ho sperimentato gli effetti» (V. 157). E ricorda come «la prima sera che entrai in religione (cioè appena entrata in monastero) Maria SS.ma mi fece capire di voler essere mia madre, maestra e guida; che per mezzo dei suoi dolori io dovevo ricevere molte grazie e sempre ricorressi al suo cuore trafitto da sette spade». S. Veronica non faceva niente se prima non aveva chiesto la benedizione alla Vergine. La chiamava a tutte le ore. La sentiva sempre presente. Ne sperimentò l’amore e il dolore del suo cuore sotto la croce, fino al punto che l’anima della santa non era più sua, ma anima dell’anima di Maria, cuore del cuore di Maria. Gesù dava per ammaestramento e regola il modo e la vita della sua cara Madre. «Io sarò la tua maestra, fa tutto con me, senza di te».
L’azione di Maria è straordinaria in s. Veronica, soprattutto dopo i primi anni di vita claustrale e dopo che si producono nel suo corpo i segni della Passione: ossia la corona di spine il venerdì santo del 1681 sempre rinnovata, la croce sulle spalle e nel cuore, nel 1694 un’acuta ferita al cuore, due anni dopo un’altra più acuta ferita interiore; Gesù Bambino il 25 dicembre 1696 la ferisce nel cuore con piaga visibile e sanguinante; e finalmente il venerdì santo del 1697 riceve le ferite dei chiodi nelle mani e nei piedi e la ferita della lancia nel costato. «Sposa del Crocifisso» con Maria ai piedi della croce, e crocifissa con Cristo.
È proprio dopo queste grandi esperienze di partecipazione alla Passione che la Santa comprende più profondamente la presenza di Maria. Perché se Cristo è il centro, Maria per lei è centrale, diventa in tutto guida e maestra, interlocutrice principale, dispensatrice di doni e grazie, collegamento essenziale con Cristo fino all’unione mistica con la SS. Trinità.
S. Veronica è cresciuta ai piedi di Maria fin quasi a perdere se stessa per lasciare tutto ciò che faceva, diceva e scriveva alla Vergine che nel Diario le dettò: «Queste cose che io ti faccio scrivere sono state fatte tutte in te ai miei piedi e Dio le ha confermate tutte e ben spesso si rinnovano in te, si avvalorano sempre più per mezzo del divino amore… Tu stavi ai miei piedi e l’anima mia, come calamita, rapiva a sé l’anima della sua anima…». Questa partecipazione era essenzialmente nel dolore della croce e quindi in Maria Addolorata.
Le torture del corpo, l’agonia dell’anima in Veronica sono state sovrumane, ma la santa non ne restò schiacciata, ma sempre più innalzata verso Dio. Si nota in lei la presenza di Cristo, la comune Passione di Cristo, una intimità di unione come due vite fuse in una stessa fiamma. Il Signore ha rinnovato in lei i misteri della sua passione, la corona di spine, la flagellazione, la crocifissione, tutta quanta la Passione dall’agonia nel Getsemani fino alla morte sul Calvario e tutto in lei si rinnovava molte volte negli anni della sua reclusione lasciano tracce visibili e sanguinanti sul suo corpo e soprattutto nella profondità del suo cuore dove l’amore e il dolore del Figlio di Dio si sono congiunti in un’intensità senza paragoni.

Centralità dell’Eucaristia. Nella clausura fasciata di solitudine e di silenzio, c’era la Vita nel Tabernacolo della piccola chiesa. Veronica dall’Eucaristia iniziava e nell’Eucaristia finiva ogni giornata, preceduta e seguita da notti oranti, ricolme di ebbrezze mistiche e di incontri con il Vivente. Questo è un terzo aspetto della sua esperienza spirituale che interpella la nostra vita cappuccina. Veronica godeva delle visite e adorazioni eucaristiche, diurne e notturne, personali e comunitarie, particolarmente della celebrazione eucaristica e della sublimità del sacerdozio cattolico. Ecco un brano che si legge nel suo Diario: «Quando facevano le prediche sopra il santissimo Sacramento oh! Come restava contenta quest’anima mia! Di questo divin Sacramento avrei voluto che tutti ragionassero, acciò una volta avessero ben penetrato questìa grande invenzione di amore che ha trovato Iddio per restare con noi per cibo delle anime nostre a nostro pro’ Oh! Dio. È un punto che fa impazzire il sol pensarci. Oh! Pensate chi lo riceve con sentimento! E chi con vero sentimento lo tiene nelle mani come voi sacerdoti! Io penso che non siate in voi in quell’atto della consacrazione, oppure vi sentiate mutati in un Dio medesimo. Sono d’avviso che diveniate come fuoco e, tenendo fra le mani il divino amore, penso che abbruciate tutti» (I, 96).
Se volessimo scavare nel Diario di s. Veronica scopriremmo interi giacimenti di mistica missionaria e di motivazioni ecumeniche che giustificano il problema dell’evangelizzazione mondiale. La santa concepì il movimento missionario in un periodo storico devastato dal Giansenismo, come un movimento d’amore: precorse la piccola, grande missionaria santa Teresa di Lisieux.
La conversione dei peccatori e l’evangelizzazione dei pagani e infedeli che S. Veronica perseguiva per un carisma di espiazione e di penitenza corredentrice, esigono una conversione dei cristiani: la riforma della Chiesa è la condizione della conversione del mondo. È un’urgenza della Chiesa di oggi, è l’urgenza di s. Veronica, urgenza della nuova evangelizzazione che diventa feconda soltanto se ognuno di noi si rinnova nel cuore.
Fratelli carissimi, Come rendere attuale e “contemporanea” Veronica Giuliani? Siamo di fronte a una forma di santità che, per taluni aspetti, è inimitabile, d’accordo: la “ferocia” di Veronica nel bramare la penitenza più cruda e affliggente come risposta ad un invito di amore e di collaborazione che il Cristo le rivolge, non è di tutti; sembra estranea al nostro costume e lontana dalla nostra sensibilità. Eppure uno dei valori tipici della nostra riforma è quello della penitenza e dell’austerità. “Lo spirito di penitenza in una vita austera è caratteristica del nostro Ordine; infatti, sull’esempio di Cristo e di san Francesco, abbiamo scelto una vita stretta.” (Cost. n. 101, 5). Gli stessi doni carismatici di cui fu provveduta, se ci stupiscono, non li possiamo ambire. Ci mostrano solo le meraviglie che opera Dio in un’anima umile e docile.
Ma v’è tutta una somma di beni, di valori indiscutibili che l’anima religiosa moderna appetisce. Li elenco così:
1) la passione della croce, che sarebbe un “sedativo” morale e psicologico all’orgasmo edonistico di cui è malato il mondo d’oggi e nel quale spesso anche noi siamo trascinati; è un dovere della nostra vocazione francescana.
2) una volontà di corredenzione che potrebbe temperare il prepotente impulso dell’egoismo sociale. Molte anime si perdono perché non c’è chi prega, si sacrifica e fa penitenza per loro;
3) una docilità all’amore che, per noi, uomini del calcolo e del successo, può sembrare un detrito estemporaneo, mentre interpreta l’ansia di questo cuore umano che ha sete di Dio e di silenzio. Il nostro carisma cappuccino è tutto immerso nell’amore, è una ridondanza dell’amore. Le nostre antiche costituzioni hanno espresso in modo ispirato questa verità: Atteso che il nostro ultimo fine è Dio, al quale debba tendere e anelare ognuno e vedere di trasformarsi in Lui, esortiamo tutti i frati a drizzare tutti i pensieri a questo segno e lì voltare tutti gli intenti e desideri nostri, con ogni possibile impeto di amore, affinché con tutto il cuore, mente e anima, forze e virtù, con attuale, continuo, intenso e puro amore ci uniamo al nostro ottimo Padre (Cost. 1563, n. 63).
4) soprattutto uno spirito ecumenico che è un vero adombramento dell’autentico spirito di Gesù, perché il cristiano non può non essere “ecumenico” in qualsiasi momento della sua vita.
È il caso di richiamare in mezzo a noi, che siamo coinvolti dalle sfide di una modernità ambigua e che vivono nella Chiesa del Vaticano II, questa donna intrepida e inarrestabile, perché, nella povertà del saio francescano, scalza e patita, ci scuota dal torpore della nostra mediocrità e c’insegni a vedere nel cristianesimo e nella “santa Chiesa” non un comodo lido dove svernare, ma la “nave” su cui ognuno prenda il suo posto di combattimento e di lavoro.
Santa Veronica Giuliani, cappuccina, vorremmo vedere, anzi preghiamo che venga, pellegrina per il mondo, in questa età meravigliosa e paurosamente complessa, a ripetere ad ogni uomo cristiano e a ciascuno di noi: «Tutti uniti amiamo il Sommo Bene».