UN LIBRO SUL PURGATORIO E VERONICA GIULIANI

Un libro sul purgatorio oggi è raro. Eppure Il titolo di questo nuovo libro di p. Clementi sul Purgatorio e l’esperienza di Veronica Giuliani delineano chiaramente i contenuti narrativi e il triplice sviluppo del racconto. L’argomento è fuori serie, contro corrente, e molto stimolante.
E’ come se risvegliasse una coscienza illanguidita e sonnolenta. Infatti parlare oggi del purgatorio, dei novissimi, con una chiarezza quasi sperimentale e coinvolgente, è come udire il messaggio di Paolo apostolo sulla resurrezione e sentirsi rispondere, come dai dotti ateniesi: «Su questo ti sentiremo un’altra volta» (At 17,32). L’Autore è consapevole di questo e non risparmia critiche alla teologia moderna che esalta la salvezza universale e non insiste troppo sulla vita eterna che «vale più della salvaguardia del creato» e, anzi, come si nota nel rito delle esequie, «ha bandito l’idea della purificazione dopo la morte».
La paura di accostare questi temi scottanti nasce da una mancanza di fede nella vita eterna, e quindi nella Parola di Dio. Un argomento che si impone con «grande e urgente attualità». E’ nella tradizione dei cappuccini e l’A., passionista, constata con gioia che «nessun passionista è più passionista di Veronica», clarissa cappuccina. E allora voglio un momento ricordare velocemente a me stesso la tradizione cappuccina e la coscienza del purgatorio nella storia del mio Ordine, prima di scorrere e meditare le pagine del volume di p. Antonio Clementi.
Nelle cronache e Vitae fratrum cappuccine si leggono spesso racconti di visioni del purgatorio avute da santi frati, si presentano come terribili le pene e quanto sia grato a Dio pregare per le anime del purgatorio. Si potrebbero ricavare tanti fatti e aneddoti su questo argomento. Così nella vita di fr. Alessio da Vigevano, scritta dal cronista Salvatore da Rivolta, si legge che «stando all’orazione la notte della festa del padre san Francesco, ebbe una visione di molte faville, le quali uscivano da una fornace piena di fuoco, la quale avendola egli raccontata, fu interpretato che le faville fossero anime, che uscendo dal purgatorio mostrato sotto il simbolo di fornace, se ne andassero al cielo, conforme alla rivelazione fatta al padre san Francesco, della quale si legge nelle “Conformità”.
Mattia Bellintani da Salò, meditando le parole del Padre Nostro, riflette sul peccato che, se pur rimesso, resta però un debito da scontare o in questa vita o nel purgatorio e nella quarta parte della sua Prattica dell’oration mentale tratta a lungo del purgatorio.
Michelangelo da Venezia nel suo libretto Fascetto di mirra dice, spiegando il Pater noster, che l’amore è così forte da consumare nell’anima ogni ruggine di peccato fino a risparmiarle il purgatorio. Il b. Tommaso da Olera nel suo Trattato del divin amore scrive che «se bene l’anime del purgatorio sono in tante pene, sono nondimeno refrigerate dalla memoria certa e sicura che hanno di fruire Iddio». Alessio Segala da Salò nel suo libro spirituale Corona celeste, invitando a meditare la Passione dice che se ne ottengono molti frutti, tra i quali questo: «Giova a preservarsi dalle pene del purgatorio, e ad impetrare la liberazione a quelli che in esse si trovano, offerendosi per loro come sacrificio». Ne parla anche l’Ochino in una predica a Venezia il lunedì santo del 1539 e difende la realtà del Purgatorio e in un’altra si difende dall’accusa di aver negato l’esistenza del purgatorio. Girolamo Finucci da Pistoia nelle sue Prediche tratta anche in senso apologetico-controversistico del purgatorio. Di questo tema i missionari cappuccini si fanno paladini nelle loro missioni antiprotestanti. Nell’assistenza ai malati, moribondi ecc. nei piccoli trattati che alcuni cappuccini hanno scritto su questo apostolato tra i vari motivi per eccitare la contrizione dei peccati e la necessità della penitenza ci sono le terribili pene del purgatorio.
Il ricordo e la meditazione del purgatorio, oltre che l’impegno di “pregare per i morti”, ordinato nella regola francescana, nutrivano nella tradizione cappuccina una vivissima devozione alle anime sante del purgatorio. Giovanni da Fano nel suo libretto spirituale Arte de la unione (Brescia 1536), parla del “palazzo” che l’anima deve frequentare con diversi esercizi spirituali, raffigurati nelle diverse camere, e una di queste è il purgatorio: «Entri poi ne la quarta camera, cioè ne la considerazion de le pene del purgatorio, le quale, como Augustino dice, sono gravissime, e benché eterne non siano, superano però e passano ogni pena, quale mai nel mondo alcuno abbia sentito». San Fedele da Sigmaringa nei suoi esercizi di oblazione e offerta a Dio elencava l’oggetto e lo scopo di questa offerta: «mi offro al tuo eterno beneplacito puramente e per sola tua gloria e della tua Chiesa, e per la totale riforma, pace e salvezza del nostro Ordine e per liberare le anime del purgatorio (soprattutto N.)». Nel necrologio di Francesco del Tirolo, morto nel 1605, si legge: «Verso le anime costrette alle fiamme del purgatorio aveva un tale amore che offriva tutte le sue buone opere e le indulgenze che lucrava per la loro liberazione e gli apparvero pure in forma visibile tre o quattro volte e gli fecero avere delle grazie per i suoi suffragi».
In una deposizione processuale del 1631 per il b. Geremia da Valacchia si legge: «Era basso il sentimento che aveva di se stesso fr. Geremia Vallacco, poiché, essendo una volta con esso in casa d’una signora inferma, con la quale trattava della salute dell’anima e delle pene del purgatorio, quella signora mostrò terrore di queste pene; esso soggiunse: “Santo purgatorio, santo purgatorio, se Iddio mi facesse grazia farmi morire mo e andare in purgatorio, ci vorria stare fino al giorno del giudizio». In un’altra deposizione processuale di fr. Pacifico da Palermo nel 1628 si legge: «Quando vedeva fabricare al luogo della Concezione, dove lui stava, soleva dire che quando si fabrica senza più che grave necessità, si fabrica per pagarvisi per le pene del purgatorio; ed era solito dire, quando vedeva questo: “Qua si fabrica nel purgatorio!; e questo l’ho inteso dire da lui più volte; nel quale proposito mi ricordo una volta mi raccontò aver visto in spirito un’anima che stava attaccata ad un muro penando, ed esso diceva che quella stava così penando attaccata al muro e patendo le pene del purgatorio per aver fabbricato soverchiamente, dicendomi che questa visione l’aveva avuta per dentro il convento, ma non mi dichiarò chi fosse quell’anima; e mi ricordo che questa visione, quale mi raccontò, diceva averla vista ad ora di nona nel tempo dell’orazione».
La Congregazione del S. Ufficio nel 1627 aveva concesso ai missionari nel Palatinato superiore durante la celebrazione delle Quarantore questo privilegio spirituale: «Coloro che nel  corso di questo tempo di preghiera abbiano ricevuto due o tre volte la santa Eucaristia, possano liberare dalle pene del purgatorio un’anima secondo la loro intenzione a modo di suffragio». Questa tradizione di devozione e di preghiera e sacrifici per le anime del purgatorio ha accompagnato fino ad oggi la vita e spiritualità dei cappuccini. Basterebbe rifarsi alla testimonianza in genere della predicazione dei frati e all’esperienza mistica di santa Veronica Giuliani e di san Pio da Pietrelcina.
Ritornando ora al nuovo libro di p. Clementi, si nota come, quasi come provocazione, l’Autore traccia a grandi linee una teologia del purgatorio e ricorda la dottrina dei Padri e alcune tappe del magistero della Chiesa, da Innocenzo IV a Paolo VI. Grande studioso dei mistici avverte subito la differenza fra un discorso teologico razionale impacciato e le pagine dei mistici che sono come una catechesi moderna sul valore della vita terrena e sulla realtà della vita eterna e suppliscono luminosamente alla carenza della dottrina teologica come viene spiegata dai teologi moderni. I mistici possono diventare, nella loro quasi conformità sul tema dello stato di purificazione dopo la morte, una solida base per una valida riflessione teologica. Il deprezzamento dei mistici e della mistica fortunatamente oggi sta scemando e la scoperta di nuove pagine mistiche sorprende e sbigottisce l’indagine teologica. L’Autore si avvale di alcune preziose indicazioni di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI che sottolineano l’aiuto rilevante che può venire dalla teologia vissuta dei santi, che nella loro esperienza di unione con Dio raggiungono «un sapere così profondo dei misteri divini, nel quale amore e conoscenza si compenetrano, da essere di aiuto agli stessi teologi nel loro impegno di studio, di intelligentia fidei, di approfondimento reale dei misteri, per esempio di cosa è il purgatorio». Per questo l’A. precisa la giusta maniera di leggere i mistici, che devono essere interpretati nelle loro visioni e rivelazioni non alla lettera, ma alla stregua delle visioni dei profeti dell’Antico Testamento che sono azioni simboliche e rappresentazioni allegoriche per significare una realtà spirituale intraducibile con linguaggio umano se non attraverso immagini e metafore.
Su questi fondamenti metodologici è possibile affrontare il tema del purgatorio in modo più pastorale. L’Autore offre qui delle pagine di palpitante attualità e sviluppa una catechesi interessante sui diversi problemi pratici ed esistenziali che scaturiscono dalla dottrina del purgatorio.
E’ la seconda parte del libro che si potrebbe definire un’intelligente predicazione sui novissimi, la vita eterna, la libertà, la morte, il giudizio, la giustizia e la misericordia piena di compassione di Dio, la necessità di una purificazione dopo la morte, la qualità delle pene, il luogo e le “anime del purgatorio”, e il valore dei suffragi con preghiere, messe e indulgenze.
Su questi vari aspetti l’A. interviene con suggestive critiche al modo moderno di vivere dei fedeli e di riflettere dei teologi. Penso che i predicatori dovrebbero far tesoro di queste pagine che mettono a nudo l’incompletezza dell’attuale cultura cristiana. Per fare qualche esempio, la vita eterna non inizia dopo la morte, come comunemente si pensa, ma inizia con il concepimento e continuerà per l’eternità. Così la libertà non è fare quello che si vuole, non è la Privacy moderna, ma è scelta dell’amore di Dio e vita nella carità. La morte viene sperimentata come una avversità, una frattura e non come continuità dell’esistenza. Con la morte la persona entra in diretto contatto con Dio, “parte da questa vita con la sua storia”, è costretta dalla Verità a confessare la propria miseria, e sarà – scrive con la solita verve l’Autore – «una specie di tac spirituale, con la differenza che saremo solo noi e Dio a leggerne il risultato». E qui risaltano la compassione di Dio, la misericordia e la giustizia. E l’anima illuminata dalla luce dello sguardo penetrante di Dio, si getta volentieri nella purificazione che Dio avrà assegnato, una purificazione personalizzata secondo le colpe commesse per restaurare il progetto di Dio. Nel testo le testimonianze di santi e di mistici si moltiplicano sul fatto che il purgatorio comporta pene terribili in luoghi separati e con la presenza di molti demoni come strumenti della giustizia di Dio.
Una pagina interessante si legge a riguardo della morte come separazione dell’anima dal corpo. Anche in questo caso l’Autore è molto critico della mentalità comune e spiega come “l’anima per natura è in rapporto con il corpo, e quindi questa relazione subisce con la morte una variazione ma non finisce; anima e corpo rimangono in rapporto dialogico non solo tra di loro, ma anche con tutta la creazione, fino a quando saranno chiamati – da Dio stesso – alla risurrezione». Anche i suffragi Iddio li assegna come vuole e la Chiesa fa pregare anche per le anime abbandonate e dimenticate.

Questi appunti sulla teologia del purgatorio sono stati sviluppati come premessa per capire l’esperienza di santa Veronica, ed è questo il tema fondamentale del volume, la terza e ultima sezione della ricerca di p. Clementi. L’Autore è già navigato con vari libri sulla santa e può permettersi uno studio di grande spessore. Chi conosce il Diario di Veronica Giuliani trova una fonte inesauribile di sapienza soprannaturale che illumina i misteri di Dio rivelati ad una creatura umana con fenomeni carismatici incredibili. Giustamente l’A. dice che il vissuto della santa «appare più angelico che terrestre, e la sua spiritualità è talmente singolare e irraggiungibile per la santità ordinaria, che molti rimangono intimoriti, preferendo prospettive spirituali più abbordabili e comprensibili». E’ un’esperienza d’amore divino che penetra con violenza nel cuore di Veronica e l’accende con fuoco divino. Questo è il suo “Purgatorio d’amore” che la rende uniforme a Cristo Crocifisso. Crocifissa con Cristo riceve una particolare missione di espiazione e fatta “mezzana” con Maria Santissima tra Dio e i peccatori, vive le pene dell’inferno anche attraverso tremendi viaggi nel regno delle tenebre condividendo le pene dei dannati per espiare le colpe dei peccatori, per i bisogni spirituali della Chiesa e per le anime del Purgatorio. E così può dire: «Vivo morendo, ma le pene mi fanno rinascere a vita nuova».
Credo che l’esperienza del purgatorio vissuta dalla santa sia unica e incredibile e le pagine che ne trattano sono numerosissime e costellano quasi tutto il Diario. La sua continua passione che la fa penetrare in Gesù appassionato, la sottopone ad una specie di giudizio universale anticipato, le rivela la mostruosità del peccato e la rende mezzana tra la misericordia di Dio e il peccato dell’uomo, appare davvero fuori ogni schema e per questo la santa «viene emarginata negli ambienti religiosi perché troppo pericolosa e non in sintonia con la nostra idea di santità», come scrive l’A. che lancia una nuova frecciata alla teologia accademica: «Chi ha intenzione di confrontarsi con l’avventura spirituale della santa deve momentaneamente accantonare la teologia accademica per fare un tuffo spericolato nella genialità mistica di Dio, dove tutto viene organizzato dalla santa Triade per stupirci con il suo Amore». Veronica vorrebbe svuotare il purgatorio ed è sempre pronta attraverso Maria Santissima a immergersi nella condizione delle anime purganti per aiutarle con le sue preghiere e con la sua partecipazione alla Passione.
Molti esempi concreti sono proposti di anime liberate dopo lungo penare, come le lunghe pagine dedicate a suor Angelica Berioli nell’anno 1701, dove la Santa appare pronta a tutto, a qualsiasi pena del purgatorio, «con un entusiasmo non solo commovente, ma che non trovo esagerato – aggiunge l’A. – a definire sbalorditivo!». Il caso di suor Angelica è «uno dei primi impatti diretti di Veronica con il purgatorio che mette in risalto la sua vocazione di scrutatrice delle coscienze, esperta del peccato e il suo ruolo di mezzana che caratterizza tutta la sua esistenza». Nel 1702 aumenta la sua sensibilità verso il purgatorio e cresce sempre più la consapevolezza delle terribili sofferenze che non possono essere narrate con parole umane e ciò che scrive, a suo dire, «sono cose che non sono niente». La Santa soffrendo il purgatorio delle anime che vuol liberare, si sente come in un luogo «oscurissimo e penosissimo», luogo di eternità e priva della vista di Dio e questa è la pena più grande. Le visioni delle anime purganti sono continue come la sua intercessione e la sua prontezza ad ogni pena per la loro liberazione. Tutto avviene nell’obbedienza al confessore con la complicità della Vergine Maria che è guida e «potente portinaia che sovrintende al passaggio dal purgatorio al paradiso». Veronica nel suo Diario riesce a far capire la misteriosa realtà del Purgatorio perché è illuminata dalla contemplazione di Dio e soltanto in un clima contemplativo è possibile seguirla. L’A. sottolinea fortemente questo aspetto e rivela il motivo per cui spesso i lettori moderni del Diario si annoiano: «Chi si accinge a seguire l’esperienza e lo spirito di Veronica – scrive – deve necessariamente essere accompagnato da uno spirito contemplativo. Chi vuole capire tutto e subito, chi è abituato alle letture spirituali mordi e fuggi, non è idoneo a seguire questi resoconti, si troverà a disagio, anzi si annoierà e non ricaverà nessun frutto». Ciò che risalta è la giustizia di Dio, la mano potente di Dio che flagella. Le pene del Purgatorio, scrive la Santa, «sono tormenti così atroci che mente umana non può capire.. Dio è un bene infinito, offendendo Lui, si fa un male che, per tornare in grazia bisogna passare per fuoco, tormenti e pene». Qui mi viene in mente l’episodio del Beato Innocenzo da Berzo che chiedeva al teologo provinciale dei cappuccini lombardi se un peccato veniale offende Dio infinitamente.
La Santa spiega inoltre come tutte le pene del senso sono nulla in confronto alla pena del danno che è «la perdita di Dio, la lontananza da Dio, una pena che passa ogni pena… e suscita tutti i tormenti del senso». Le anime sono corporee, cioè soffrono con i sensi del loro corpo spiritualizzato, ma non ancora risorto, una modalità misteriosa che anche san Paolo non ha saputo spiegare. Nella liberazione festosa delle anime sono presenti con Maria gli angeli e i Santi ed è un clima di paradiso. Le anime liberate dalla potente intercessione espiatrice di Veronica sono una moltitudine innumerevole. Scrivendo sotto dettatura della Madre di Dio sentirà dire: «Comparvero una moltitudine di anime beate. Io ti feci capire che erano quelle anime liberate per mezzo dell’obbedienza». La conferma di questa straordinaria missione di Veronica appare vivida nelle testimonianze processuali che sono numerose. Di particolare importanza sono le deposizioni dei confessori del monastero, particolarmente quelle del servita Carlo Antonio Tassinari e di Giovanni Maria Crivelli gesuita.
Nel concludere questa ricerca sul purgatorio di santa Veronica l’A. rileva come la figura di questa straordinaria donna sia poco conosciuta e sia ignorato il suo ministero di riconciliazione e di pace, «una donna completamente votata a una carità estrema verso il genere umano, che si può comprendere solo alla luce di una particolare elezione da parte di Dio». Un tema purtroppo che appare raramente nella predicazione attuale. «Quanti sacerdoti hanno il coraggio di essere profeti e non filantropici predicatori di un pacifismo globale e appiattito sulle realtà terrene?». Così si domanda l’A. convinto che «gli scritti di questa donna del ‘700 sono di grande attualità, meritano di essere divulgati e non relegati nel museo della storia della mistica». Del resto il Signore stesso aveva detto a Veronica nel 1697: «Questi scritti hanno da andare per tutto il mondo, per la mia gloria e per profitto delle anime».

Fr. Costanzo Cargnoni ofmcap.